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ADIR-AGL E' COMPARTO DI AGL (AGL , Alleanza Generale del Lavoro (confederazione sindacale dei lavoratori) codice fiscale: 97624870156; atto costitutivo (e statuto) registrato presso l'Agenzia delle Entrate, DP I MILANO-UT di Milano 1, in data 04/06/2012, serie 3, n.7107- sede naz.le: Via Privata Duccio di Boninsegna 21, 20145 Milano, presso A.N.V.G. Associazione Nazionale Volontari di Guerra-Federazione di Milano, tel.3886296743, fax +39/1782736932, Whatsapp 3455242051, e-mail agl.alleanzageneraledellavoro@gmail.com ; e-mail certificata: alleanzageneraledellavoro@pec.it )

lunedì 19 maggio 2014

SCEGLIERE IL PROSSIMO SOSTITUTO DI ATTILIO BEFERA TRA LE ATTUALI "PROFESSIONALITA'" INTERNE ALL'AGENZIA DELLE ENTRATE E AL MINISTERO DELL'ECONOMIA E DELLE FINANZE? DIO CE NE SCAMPI E LIBERI! RENZI, PADOAN: NON FATELO!

da http://www.ilgiornale.it/



"L'Agenzia delle entrate manda in rovina l'Italia"

Il funzionario pentito: "Spara accertamenti a caso, perde il 50% delle cause e uccide l'economia per ingrassare i tributaristi"
 Dom, 18/05/2014 - 09:39
Attilio Befera, direttore dell'Agenzia delle entrate, 304.000 euro di stipendio annuo, ha annunciato che entro fine mese andrà in pensione. Avrei qui pronto il sostituto (non d'imposta, bensì umano): Luciano Dissegna. Costo per i contribuenti: zero euro. Sì, lo farebbe gratis. Il curriculum è ragguardevole. Per 30 anni leale servitore dello Stato, che lo assunse per concorso nel 1977, Dissegna ha lavorato negli uffici del registro di Montebelluna e Borgo Valsugana, nell'ufficio Iva di Trento, nell'ufficio imposte dirette di Bassano del Grappa, all'ispettorato compartimentale imposte dirette di Venezia, all'ispettorato dell'Agenzia delle entrate di Trieste.
Infine è stato dirigente in Friuli Venezia Giulia e direttore a Thiene, Montebelluna e Schio della medesima agenzia.
C'è un solo problema: Dissegna si è dimesso nel 2009 per protesta, accettando il prepensionamento con otto anni di anticipo, perché ritiene d'aver constatato di persona come l'Agenzia delle entrate sia un carrozzone pachidermico e inefficiente, in una parola inutile. «Procura più danni che vantaggi alla nazione. Peggio: arriva a comportamenti che rasentano il falso, la minaccia, la violenza, la ritorsione e persino l'estorsione, come documentato in un esposto indirizzato da un mio assistito alle autorità preposte e rimasto lettera morta. Più che quella delle entrate, se fossi Matteo Renzi io istituirei l'Agenzia delle uscite per mettere sotto controllo la spesa pubblica, il vero cancro di questo Paese».
Dissegna, 64 anni, vicentino, è un tributarista, una via di mezzo fra l'avvocato e il commercialista. «Ma non posso dire d'essere passato dall'altra parte della barricata. Semplicemente resto sempre dalla stessa: quella dei più deboli, i contribuenti. Contro le vessazioni dell'erario e contro gli esperti a gettone che lucrano sulle disgrazie di chi non sa come difendersi dallo Stato sanguisuga». Con il primo dei suoi quattro figli, penalista a Milano, assiste aziende e privati nei contenziosi con l'Agenzia delle entrate. Lo fa da novello Robin Hood, cioè gratis nel 95 per cento dei casi. Per esempio con un rimborso di 700 euro per una consulenza che uno studio professionale voleva farsi pagare 130 volte tanto.
Se gli chiedi ragione di questo comportamento, Dissegna ti spiega che i 3.200 euro netti di pensione e l'attività della moglie bastano e avanzano e ti mette con noncuranza sotto gli occhi la foto a colori, stinta dal tempo, di un ragazzo vestito da chierico: «Dagli 11 ai 18 anni sono stato in seminario dai Fatebenefratelli. Volevo diventare prete e lavorare negli ospedali. Poi mi sono accorto che esistevano le donne e ho avuto una crisi religiosa. L'inclinazione ad aiutare il prossimo ce l'ho nel sangue. Di quattro fratelli, sono l'unico che ha potuto studiare e laurearsi. Di giorno costruivo blocchi di cemento con mio padre, un ex contadino; di sera rimanevo curvo sui libri fino a quando non crollavo dal sonno. Ciò non toglie che mi senta un privilegiato. Qualcosa devo restituire».
Dissegna è arbitro della Consob, uno dei 600 in Italia ammessi per titoli ed esami a dirimere le controversie in materia societaria e borsistica. Di concorsi pubblici ne ha vinti ben 10 nella sua vita. È stato advisor societario e fiscale della Bastogi. Dal 1995 al 1999, dopo la bufera di Tangentopoli, i concittadini gli hanno messo in mano la scopa, eleggendolo sindaco di Romano d'Ezzelino, il paese della provincia di Vicenza dove abita, e lui s'è distinto per aver varato l'unica giunta comunale d'Italia che andava da Forza Italia a Rifondazione comunista.
Che cosa non funziona nella lotta all'evasione fiscale?
«Dati alla mano, è una delle principali cause del crollo dell'economia nazionale. Tutto parte dal fatto che l'Agenzia delle entrate accerta ogni anno 30 miliardi di maggiori imposte, che con l'aggiunta di sanzioni, interessi e aggi esattoriali salgono a 70. Circa due terzi di essi, diventano oggetto di contenzioso. Per difendersi, i ricorrenti devono farsi assistere da tributaristi, avvocati e commercialisti, tutta gente che costa un occhio della testa. Nei primi due gradi di giudizio, quindi senza tenere conto del terzo in Cassazione, imprese e cittadini sopportano costi pari al 10 per cento dell'accertato: miliardi di euro. Se invece “definiscono”, come si dice in gergo, cioè pagano subito per evitare sanzioni e rischi del contenzioso, devono comunque rassegnarsi a grosse parcelle calcolate sul “risparmiato”. In pratica i professionisti si fanno dare almeno un 10 per cento».
Vediamo se ho capito bene. L'erario pretende da me 100.000 euro senza motivo. Il mio tributarista lo convince ad accontentarsi di 10.000 e poi mi chiede 9.000 euro di parcella per avermene fatti risparmiare 90.000?
«Esatto. È come se lo Stato pagasse una pletora di dipendenti che vanno in giro con una mazza a fracassare le gambe della gente per dare lavoro agli ortopedici. L'Agenzia delle entrate conta più di 33.000 dipendenti, il 7-8 per cento sono addetti al contenzioso. Uno spreco inaudito. Aggiunga gli incalcolabili costi in termini di giornate lavorative perse, malattie, stress. Un'azienda su tre chiude a seguito di una verifica. Quando non si arriva al suicidio del titolare. E non basta».
Il suicidio non basta? Che altro c'è?
«I contribuenti sospettati di evasione vincono il ricorso nel 50 per cento dei casi. Risultato: dei 70 miliardi accertati, l'Agenzia ne incassa appena 7 l'anno. Quindi i costi sostenuti da cittadini e imprese per tutelarsi superano di gran lunga gli introiti della lotta all'evasione. Una follia. Così va a picco il Paese. È in corso un mastodontico trasferimento di risorse dall'economia reale, rappresentata dalle aziende, a quella virtuale, rappresentata dai professionisti che assistono la gente trascinata in giudizio».
Un momento, mi perdoni, ma studi legali e commercialisti non danno forse da mangiare a tante famiglie?
«Ah, perché lei pensa che questo fiume di denaro venga utilizzato nell'acquisto di beni strumentali o nell'assunzione di nuovi dipendenti? Andiamo! Non crederà che i vari Giulio Tremonti, Victor Uckmar, Vittorio Emanuele Falsitta - per citare alcuni tributaristi di grido - comprino un computer al giorno o arruolino un'impiegata a settimana? È già tanto se lo fanno ogni 10 anni. Ergo, i soldi finiscono soprattutto nei loro conti correnti. Ma, dico io, siete tutti bravissimi, perché non vi date all'imprenditoria? Diventereste di botto altrettanti Armani, Ferrero, Barilla, Caprotti, Squinzi».
Come fa l'erario a perdere il 50 per cento delle cause? È assurdo.
«Per forza: spara accertamenti iperbolici a casaccio. L'aggravante è che martella le piccole imprese, andando in cerca di quattrini dove non ci sono. Perfino Befera è stato costretto ad ammettere che “esiste l'evasione di sopravvivenza”. Quindi, anche quando l'accertamento va a buon fine, i soldi che cerca di riscuotere non li trova: l'evasore li ha già spesi per campare. Insomma, l'Agenzia tartassa i contribuenti sbagliati e così porta a casa solo 1 euro su 10. E questo nonostante disponga di strumenti da regime poliziesco. Ti blocca tutti i beni al sole: casa, terreni, conti correnti, auto, barche, quadri, tappeti, mobili. Può persino, grazie a recenti sentenze della Cassazione, spremere i soci di una Srl, obbligandoli a rispondere in solido di un'evasione compiuta dalla società. Non se n'è accorto nessuno, ma di fatto la responsabilità limitata è stata abolita».
Lei ha denunciato pratiche estorsive da parte dell'Agenzia delle entrate. Mi pare un'accusa gravissima.
«Stia a sentire che cos'è accaduto. Un mio assistito di Treviso ha un'azienda che produce insaccati. Gli intimano, a capoccia, di pagare 2,3 milioni. Presento ricorso alla commissione tributaria provinciale: vinto. Il mio cliente non ha evaso alcunché, quindi al fisco non deve niente. A quel punto, se non fosse mio amico, potrei chiedergli il 10 per cento su quanto ha risparmiato: quindi 230.000 euro. Invece se la cava con 3.000, le spese vive. Ebbene: lei non crede che, pur di sottrarsi all'incubo di dover sborsare 2,3 milioni di euro, egli non sarebbe stato disposto a versarne senza motivo almeno 800.000, come l'Agenzia era arrivata a proporgli dopo una spossante trattativa? E questa che cosa sarebbe stata se non un'estorsione? Nell'esposto il mio assistito ha documentato una quarantina tra falsi, abusi, violenze, minacce».
Documentati come?
«Registrando di nascosto tutti i suoi colloqui con i funzionari del fisco. I quali hanno riconosciuto che il loro accertamento era “spannometrico”. In un dialogo, il capo dell'ispezione, avendo fallito nel suo intento vessatorio, ha ringhiato che sarebbe scoppiato “un casino della madonna”. E infatti due giorni dopo è stato aperto un secondo accertamento su un'attività marginale, di tipo filantropico, che il mio assistito ha in corso».
Una ritorsione.
«Già. Non bastava che gli avessero contestato 1,19 milioni di ricavi in più. Al che il malcapitato ha obiettato: scusate, stiamo parlando di prodotti a base di carne, estremamente delicati, perché non avete allertato i Nas, denunciando che la mia azienda starebbe smerciando in nero il 95 per cento degli insaccati? E i veterinari che vengono due volte a settimana a controllare e che hanno libero accesso alle celle frigorifere che cosa sono, miei complici? Risposta, testuale, del funzionario dell'Agenzia delle entrate: “Io mi ricordo di aver visto certi filmati di Striscia la notizia dove se ne vedevano di cotte e di crude sui bovini”».
Ma non c'è un direttore provinciale che sorvegli questo funzionario?
«Certo che c'è. E sa che cos'ha risposto per iscritto costui quando gli abbiamo contestato i comportamenti del suo sottoposto? “Normale rapporto fisco-contribuente”. Come dire che minacce e abusi rientrano fra i metodi usuali dell'Agenzia delle entrate. Non basta: il professor Aldo Rossi, ordinario di tecnica e gestione dei sistemi industriali dell'Università di Padova, ha riscontrato “grossolani errori, logici e di calcolo, finalizzati a gonfiare, in modo approssimativo, maldestro, arbitrario e perfino assurdo i ricavi della società verificata”».
Lei che rimedi consiglierebbe?
«L'Agenzia dovrebbe “accertare” solo se è sicura al 100 per cento, applicando il principio “In dubio pro reo”. Quando fui nominato direttore, dissi ai miei impiegati: guai a voi se mi presentate un accertamento che non sia sostenibile in giudizio al 101 per cento. Sa quanti ne stracciai per manifesta infondatezza?».
Perché lo faceva?
«Per impedire che le imprese foraggiassero i professionisti del nulla. E per non dare troppo potere a me stesso e agli accertatori. In ogni contenzioso privo di fondamento la corruzione è in agguato: ti chiedo tanto, trattiamo, ti faccio pagare poco, adesso sgancia qualcosa per averti aiutato. Mi sono spiegato?».
Perfettamente.
«Da quel momento crollò il contenzioso. Eppure, si tenga forte, fra il 2003 e il 2008 gli uffici diretti da me furono quelli che incassarono di più in tutto il Veneto in proporzione al numero di contribuenti. Semplice: chiedevamo 10 anziché 100 e tutti preferivano versare le tasse anziché stipendiare i tributaristi».
Invece altrove che accade?
«Lo Stato bussa alla porta dei poveracci. Tartassa l'idraulico con tre figli da crescere anziché il ginecologo con un Rolex d'oro per polso. La pesca a strascico costa meno fatica e qualcosa consente sempre di tirar su. Mentre quella selettiva richiede pescatori professionisti».
L'Agenzia delle entrate non ne ha?
«Ne ha. Ma le nomine nella pubblica amministrazione sono quasi sempre connotate da metodi clientelari, mafiosi. E l'erario non mi pare un'isola felice».
Gli accertatori riscuotono provvigioni in busta paga?
«Altroché. I dirigenti sono premiati con soldi e promozioni in ragione del gettito conseguito. E gli accertatori si mettono sulla loro scia per progredire nella carriera pure loro. L'80 per cento degli incarichi interni all'Agenzia delle entrate non sono conferiti per concorso, bensì assegnati in forma totalmente discrezionale».
Come se ne esce?
«Bisognerebbe tassare i redditi in misura inversamente proporzionale al rischio di perderli. Basta schiacciare un bottone: vediamo subito quanti perdono l'impiego nel pubblico e quanti nel privato. Dopodiché il primo lo tassiamo il doppio del secondo. Sarebbe una riforma epocale: frotte di nullafacenti aprirebbero all'istante una partita Iva, si dedicherebbero a lavori umili, andrebbero a sgobbare nei campi per pagare meno tasse, e addio pubblica amministrazione faraonica. Ma lei crede che Matteo Renzi possa metter mano a una roba del genere? Campa cavallo».
(702. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

sabato 5 aprile 2014

E' IN ATTO UNA CAMPAGNA DENIGRATORIA SULLA DIRIGENZA DELLO STATO? PER ADIR-AGL NO:E' SOLO UNA STRAORDINARIA OCCASIONE.

E' preoccupante che un dirigente dello Stato possa sentirsi a disagio per quello che si legge sui giornali sulle riforme in arrivo e sui motivi che le impongono. E' un vero dirigente (cioè un vero timoniere) chi ha paura della tempesta in arrivo? No, evidentemente è solo uno che è riuscito a raggiungere un titolo di studio elevato per facilitazioni familiari e a fare carriera per cordate. Ma privo di passione, se, appena può, si acquieta, appagato, su un posto pubblico, come l'ultimo dei disoccupati organizzati. Quando (speriamo presto) verrà abolito il valore legale del titolo di studio (che è un po' come la licenza pagata milioni dai tassisti) la finirà, chi non si sente sicuro delle sue qualità vere, di sbandierare lauree e specializzazioni che sappiamo tutti come si ottengono in Italia, da chi e in cambio di cosa. Quindi stiamo calmi, restiamo coi piedi per terra e parliamo di cose concrete, non di targhette dorate. Se poi riteniamo che i concorsi pubblici siano seri e selettivi allora due sono le cose: o chi lo dice ci è o ci fa. Finiamola di prendere in giro gli italiani. Occhio: non stiamo dicendo che siamo impreparati o in mala fede ma solo che per convincere gli italiani della giustezza di una tesi non possiamo prenderli impunemente per i fondelli. Che poi chi dirige lo Stato risponda alla nazione e ai cittadini è vero. Ma solo se prima è stato accontentato il politico. Non quello di turno, che appare mettendoci la faccia ma quello occulto e permanente, che piazza il dirigente che vuole al posto in cui “serve”.Ecco la differenza:loro vogliono essere autonomi dalla politica per servire di nascosto il loro padrino. Noi vogliamo che il dirigente sia al servizio della nazione e dei cittadini rappresentati da quel politico che alle elezioni abbia avuto i voti veri dal popolo e risponda ad esso anche relativamente alla scelta di dirigenti capaci. Quando vi dicono che sono contro lo spoils-system non è perchè temono di perdere il posto ma perchè è il loro puparo che verrebbe meno e che quindi si tutela tramite loro.
Ma all'autolesionismo non c'è limite: già, perchè è di questo che si tratta quando si crede di tutelare una categoria raccontando ai cittadini pure corbellerie, come quella che lo stato funziona con imparzialità, che tutela i diritti e offre servizi. Ma che diavolo di capitano è quello che dimostra di non conoscere (o di far finta di ignorare) le condizioni della sua nave?
Qualcuno penserà che tutta questa discussione avviene per un rinnovato idealismo ed interesse per la Costituzione, per il funzionamento dello stato, per i bisogni dei cittadini più umili. Ma che? Questi finti paladini della categoria te lo dicono chiaro e tondo:saremmo stati zitti se non stesse girando l'idea di abbassarci gli stipendi. Ecco come si distrugge la credibilità della dirigenza, ecco come dai la dimostrazione al dirigente in buona fede che anni di contributi sindacali sono stati soldi buttati. Si dice che se il cittadino conoscesse cosa è e cosa fa la pubblica amministrazione allora capirebbe. Spiegateci allora perchè avete ridotto al rango di carta igienica la legge 241 del 1990, la legge sulla trasparenza amministrativa. In questi anni che battaglie avete condotto in merito?O non siete stati invece voi ad affossarla?
Ma l'acqua sale e le vie di fuga non si trovano. Allora cosa fa il comandante?Si prende le sue responsabilità e lascia per ultimo la nave? No, cerca di scaricare chi gli fa concorrenza, denigrandolo. Da una parte i manager delle partecipate vengono senza appello marchiati come servi della politica (ma come: e le capacità?Siamo proprio sicuri che uno , dal privato, dove c'è la vera competizione e selezione, quella del profitto, arrivi a ottenere quegli incarichi solo col calcio nel sedere?E poi:non erano i vostri idoli, punti di riferimento, modelli?Non volevate diventare come loro?), senza tener conto (vedi la recente vicenda di Moretti, su cui siamo però d'accordo con Della Valle) che quelli un po' di capacità ce l'hanno e se lasciano il pubblico un lavoro nel privato lo trovano. Siamo sicuri che questo valga anche per i dirigenti statali?Poi scaricano i dirigenti esterni a tempo determinato. Servi, a loro dire, del clientelismo e con retribuzioni fuori controllo e dannose. Ma come, non erano colleghi in gamba da tutelare?Alla faccia della solidarietà tra categorie della stessa confederazione!
Ma se volete suicidarvi, fatelo da soli ma soprattutto in fretta. Non auto seviziatevi come, per esempio quando cercate di far credere ai cittadini che siete soggetti alla valutazione (ma quale?Notoriamente i dirigenti si valutano reciprocamente e tutti raggiungono tutti i risultati prefissati) che rispondete del vostro agire (certo, avendo l'avvocato dello stato pagato dalla collettività ) e siete passibili di licenziamento (si, su Marte).
In epoca di digitalizzazione poi (che avreste dovuto gestire voi e che annulla il deficit dell'età) voler scaricare i collaboratori più anziani è veramente penoso.
No,non ci siamo. Il problema della dirigenza pubblica italiana siete voi, sindacalisti della dirigenza dei miei stivali.
Se l'obbiettivo è retribuzioni più giuste, uno stato migliore, una pa più efficiente la soluzione sola è lo spoils-system e quindi tempo determinato per tutti. Il dirigente non sarà più il membro di una casta ma dovrà essere scelto dai politici eletti dal popolo in un sistema democratico di alternanza con una legge elettorale che faccia emergere la volontà popolare. Per realizzare un programma .Cambiare non conservare. Mandando a casa, a termine del mandato, sia il politico che il dirigente che non abbiano servito i cittadini o, peggio, violato le leggi. Questo, si , è condivisibile da parte di tutti i cittadini, rispetto ai quali voi avete una colpa enorme: quella di averli messi in condizione, in questi anni, di odiare i dirigenti pubblici. Non sappiamo se riusciremo a risollevarci dalla terra bruciata che avete creato. Ci proveremo.

ADIR-AGL ALLEANZA MANAGER, PROFESSIONISTI, ALTE PROFESSIONALITA', DIRIGENTI PUBBLICI E PRIVATI

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sabato 15 marzo 2014

MATTEO, SE CI SEI, BATTI UN COLPO. SARAI CREDIBILE SOLO SE SPAZZERAI VIA QUESTE SCHIFEZZE

da www.tiscali.it:

"Lei è morto da sei anni, ci renda 72mila euro di pensione": l'incredibile storia del pensionato Francesco

di Ignazio Dessì
 
“Scusate, ma io sono vivo”, ha detto con educazione ai disorientati impiegati comunali dopo aver ricevuto la notizia di “essere morto”. Eppure, secondo la  burocrazia impazzita, è così. E ci sono volute rabbia e determinazione, più l’intervento dei giornalisti, per ottenere almeno la promessa di una soluzione. Per poter sperare di sfuggire ai problemi creati da quell'errore. E sono tanti. Gli hanno per esempio bloccato la pensione e precluso l’acquisto delle medicine. Un morto infatti quei diritti non può averli. La storia comunque è incredibile e merita un approfondimento. Se non altro per mettere a nudo i toni surreali di certa burocrazia. Una breve ricerca, un numero di telefono e parte la chiamata per l'intervista. Quando risponde Francesco scherza: “Sì, sono proprio io. Il morto. E come può sentire sto piuttosto bene”. Poi racconta.
In un bel giorno d'inizio febbraio, lui, Francesco Giuzio, 79 anni, di Bari, riceve una telefonata dalla sua banca. Lo avvertono che le rate della pensione Enasarco e Inps sono state bloccate. Risulta deceduto. Giuzio non sa se ridere o piangere. Ma è un uomo gagliardo, fondamentalmente allegro, e nella vita ne ha viste di cotte e di crude. Nonostante i guai opta “per la prima soluzione”. Almeno così racconta alla cornetta, intervallando il tutto coi ricordi sulla Sardegna, dove ha fatto il militare nel ’58 e confessa di aver lasciato il cuore.
E’ stato il comune di Bari a dichiararlo ufficialmente defunto, comunicando il decesso ad altri enti come l’Inps. Così gli hanno bloccato l'assegno. E se non bastasse, l’ente di previdenza gli ha chiesto pure la restituzione di 72mila euro "indebitamente" percepiti nel periodo successivo alla sua “dipartita”. Francesco è sconcertato. Chiede spiegazioni agli uffici del comune e viene a sapere che il suo trapasso risale al 2008 (alla stessa data in cui purtroppo gli è morto un figlio di 37 anni, ndr) anche se ne hanno preso atto solamente nel 2014. Passato a miglior vita da almeno 6 anni, insomma. Eppure si presenta in Municipio in carne ed ossa. Basterebbe questo per risolvere tutto. Non per la burocrazia italica, però, che ha riti e tempi tutti particolari. Infatti i giorni passano e la pensione resta bloccata. E nessuno gli spiega nemmeno come sia avvenuto il disguido. “Silenzio assoluto”, sospira. Assurdo, ma è così. Gli consegnano solo un certificato di esistenza in vita, ed è lui a dover correre da un ufficio all’altro.
Del resto i guai si moltiplicano e il povero pensionato entra in una spirale perversa. Al laboratorio dove fa regolarmente i prelievi per controllare il diabete gli dicono che la Asl rigetta le sue richieste di analisi perché risulta morto. Alla banca gli comunicano che hanno chiesto di congelargli le somme accumulate “post mortem”. La pensione continua a non arrivare. Insomma i problemi aumentano e la disperazione pure. Così torna all'Inps per pretendere di essere riconosciuto vivo e porre fine all’incubo. Per riappropriarsi della propria esistenza. Ma i documenti rimbalzano da un ufficio all’altro e il tempo continua a scorrere. La burocrazia è un mostro terribile nel nostro Paese e Kafka le fa un baffo.
La storia è allucinante ed urta soprattutto per un fatto: che una volta preso atto della situazione chi di dovere non sia corso subito a porvi rimedio. Così rimbalza su giornali e tv locali, l’indignazione dell’opinione pubblica sale e - guarda caso - qualcosa si muove. “Proprio oggi un dirigente Inps mi ha chiamato e mi ha promesso che presto, dopo due mesi di blocco, riavrò la pensione”, rivela Francesco al telefono. Sarà vero? Staremo a vedere. Lui lascia spazio solamente a una riflessione amara: “In Italia, per poter ottenere il dovuto, bisogna sempre ricorrere a qualche santo protettore, oppure ai media. Se stai zitto non ottieni nulla, anche se ti spetta...  in maniera lampante”.
 
13 marzo 2014

lunedì 13 gennaio 2014

ADIR-AGL “UNA RACCOMANDAZIONE A RENZI: NON ASCOLTARE I CONSIGLI PELOSI DEI GROSSI E COMPROMESSI SINDACATI DELLA DIRIGENZA”

Crediamo che l'esperienza di questi anni ci detti la regola numero uno: mai e poi mai accada che la dirigenza pubblica, anche contro la sua volontà, si trovi ad avere la piena responsabilità della gestione della pubblica amministrazione. Alla dirigenza pubblica serve altro: un potere politico che sappia e faccia il proprio mestiere, obbiettivi concreti e misurabili, una valutazione oggettiva (mai realizzata),meritocrazia (e non favoritismi come finora) e, soprattutto, l'adozione dello Spoils System più che fantomatici criteri di trasparenza , di rotazione e di selezione dei migliori irrealizzabili, come la storia dimostra da decenni, in un sistema concepito come il nostro attuale. La Pubblica Amministrazione italiana è ormai una specie di area contaminata dalle radiazioni della corruzione e del servilismo nella quale nascono mostri in spregio alle leggi della natura. In particolare non valgono alcune regole consolidate dell'organizzazione aziendale, ad esempio che se il dirigente è assunto a tempo indeterminato è più motivato, investe nella sua formazione ed è più propenso a guardare a soluzioni a più lungo termine. Macchè? Altro che servizio alla Nazione! Se il dirigente pubblico è a tempo indeterminato , semplicemente, cercherà di farsi innanzitutto gli affari suoi senza limitazioni temporali e, solo invia residuale, di non schiacciare i piedi a chi potrebbe parlare male di lui nelle alte sfere o a fare favori “a buon rendere”. Questo è il frutto del lavoro dei grossi (non grandi) sindacati della dirigenza che in maniera sotterranea hanno convinto anche i più giovani che l'unica strada che conta è quella dell'illegalità e del sopruso.
Ora che c'è la possibilità che avanzi un innovatore ( Renzi ) in grado di scompaginare un assetto vergognoso della dirigenza pubblica, costoro mettono le mani avanti, chiedendo addirittura di avere posti garantiti negli uffici di diretta collaborazione nazionali , regionali e locali (ma sulla base di quale esperienza concreta di vita e di lavoro, quella delle scartoffie?) che i dirigenti non vengano trasformati in “Yes men”. Ma perché, adesso cosa sono? Degli eroi dell'imparzialità e dell'autonomia, della legalità e del rispetto della Costituzione? Ma non fateci ridere! E' proprio dalla realtà medievale dell'attuale dirigenza italiana che occorre partire per attuare una vera riforma. Spoils System (modificando la Costituzione, se necessario), dirigenti a tempo, nominati da politici autenticamente eletti dal popolo (riforma legge elettorale, quindi) non imparziali (nel periodo dell'esercizio delle loro funzioni non dovranno essere giudici ma rispettare le leggi senza favoritismi) e non distinti ma , in maniera trasparente, leali collaboratori della politica eletta dal popolo che li nominerà. Non certo impegnati quindi in giochini finalizzati alla continuazione del loro potere personale anche oltre la successiva scadenza elettorale (come oggi accade, incontestabilmente, dapperttutto in Italia), tanto da essere disponibili anche a non denunciare fenomeni di illegalità. Premi? Si, ma solo a chi denunci il malaffare, al di sopra e al di sotto di loro.
Solo adesso, che siete alle strette, vi viene in mente di copiare quanto fanno da anni in Usa e Francia? Ma con quale coraggio evocate realtà di altri pianeti nelle quali un dirigente pubblico medio italiano si troverebbe nell'impossibilità di sopravvivere, come un pesce fuor d'acqua e verrebbe inviato a friggere patatine o a raccogliere l'uva in pochi giorni?
E ancora pensate che per svicolare dalla spending review e dagli sprechi qualcuno cada nel tranello di dilazionare ancora i tempi di accertamento (e risarcimento alla collettività) creando autorità “terze” ad hoc quando dovreste invocare, invece, l'immediato intervento di Corte dei Conti e GdF?
Le prospettive della parte sana della dirigenza pubblica italiana, in un sistema pubblico che sta collassando, che è odiato dai cittadini in quanto tenuto in vita da sempre più tasse, non possono che essere legate a questa doverosa rivoluzione, l'unica che possa produrre consenso popolare e di conseguenza assicurare un futuro vero, non tanto ai grossi sindacati dirigenziali corresponsabili dello sfascio quanto a chi oggi, nonostante tutto, svolge onestamente e in buona fede la professione di dirigente.

ADIR-AGL
ALLEANZA MANAGER, PROFESSIONISTI, ALTE PROFESSIONALITA', DIRIGENTI PUBBLICI E PRIVATI

mercoledì 4 dicembre 2013

7 LAVORATORI CINESI MORTI: I MAGISTRATI: “4 INDAGATI CINESI,PER ORA, MA LE INDAGINI POTREBBERO ALLARGARSI AD ALTRI SOGGETTI...”. SPERIAMO!

                                                               (foto da www.ansa.it)

GIOVANNINI (Ministro del Lavoro): "MAI PIU' SIMILI EPISODI" -"Simili episodi non possono e non debbono ripetersi". Lo ha detto oggi il ministro del Lavoro Enrico Giovannini, rifererendo alla Camera sulla strage di Prato . Purtroppo è un'ulteriore dimostrazione delle conseguenze di condotte volte a negare tutele legali ai lavoratori". "Non si può abbassare la guardia nell'opera di prevenzione e controllo sulla normativa di settore". A Prato, ha aggiunto il ministro, che è "un importante distretto tessile", risulta difficile "l'operazione di controllo e prevenzione". Giovannini ha poi spiegato che c'è una "programmazione a cadenza settimanale di interventi mirati e coordinati con gruppo interforze". Resta comunque una "condizione di insostenibile e illegale sfruttamento". 
29 NOVEMBRE 2013: ECCO QUANTO AVEVA APPENA RESO NOTO IL MINISTERO DEL LAVORO (NON SI CAPISCE BENE RELATIVAMENTE A QUALE PIANETA) :
“Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali
Ufficio Stampa
Lavoro, irregolari metà delle aziende ispezionate, in aumento lavoro nero, finte collaborazioni e partite IVA

Lavoro irregolare sotto la lente degli ispettori. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali comunica i risultati del l'attività di vigilanza sulla mancata applicazione delle norme previdenziali e della prevenzione e sicurezza del lavoro.
Nel periodo gennaio-settembre 2013 sono state ispezionate 101.912 aziende, in lieve aumento (0,1%) rispetto allo stesso periodo nell'anno precedente; in 56.003 aziende, pari al 55% di quelle controllate, sono stare riscontrate delle irregolarità. La costanza del numero delle aziende ispezionate scaturisce da una specifica strategia del Ministero, mirata a concentrare le verifiche verso obiettivi significativi in relazione a fenomeni irregolari di rilevanza sociale: lavoro nero, tutela dei minori, sfruttamento extracomunitari clandestini, elusione contributiva e sicurezza sul lavoro.
Le ispezioni hanno consentito di verificare 202.379 posizioni lavorative (in diminuzione del 29,3% rispetto a gennaio-settembre 2012) con l'individuazione di 91.109 lavoratori irregolari, di cui 32.548 totalmente in nero (pari al 36% dei lavoratori irregolari, con un aumento di 5 punti percentuali rispetto allo scorso anno). In 439 casi è stata riscontrata una violazione penale per impiego di lavoratori minori, mentre è stato individuato l'impiego di 816 lavoratori extracomunitari clandestini, circa il 2,5% dei lavoratori in nero, in lieve diminuzione rispetto allo stesso periodo del 2012.
Il lavoro irregolare è diffuso in tutti i settori di attività economica, tuttavia la quota del lavoro nero si annida maggiormente in agricoltura (58% degli irregolari) e nell'edilizia (43%).
Tutti gli altri fenomeni, quali ad esempio appalti illeciti, l'uso non corretto del contratto di somministrazione (7.548 numero di lavoratori coinvolti) e le violazioni della disciplina in materia di orario di lavoro (10.082 lavoratori) subiscono una decisa riduzione.
Violazioni rispetto alle norme di prevenzione e sicurezza del lavoro sono state riscontrate in 24.316 aziende, pari al 25,8% delle aziende ispezionate, con una diminuzione di 5 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2012.
Infine, nonostante gli irrigidimenti previsti dalla legge 92 del 2012, si riscontra un aumento del le "riqualificazioni" dei rapporti di lavoro, che avvengono nel caso in cui l'ispettore giudica diversamente un rapporto di lavoro, sia dipendente sia autonomo, come nel caso delle collaborazioni a progetto non genuine e delle false partite Iva. Le riqualificazioni nel periodo gennaio-settembre 2013 sono complessivamente 14.520, corrispondenti a circa il 26% dei lavoratori irregolari, con un aumento di 6 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Dal punto di vista finanziario, le sanzioni per le irregolarità riscontrate ammontano complessivamente a 78,1 milioni di euro, con una diminuzione di circa 13 milioni di euro (-14,2%) rispetto all'anno precedente.
Si allega la tabella dei dati
Roma 29 novembre 2013”

Domanda: visto che sono scattate le indagini, gradiremmo sapere nome e cognome di chi sapeva e non ha adempiuto ai suoi doveri di ufficio. E di chi, dall'alto, o non ha controllato se determinate attività ispettive venivano svolte con la dovuta incisività o si è adoperato, dati i rilevanti interessi economici italiani alla presenza di queste realtà apparentemente solo cinesi, affinchè veri controlli non venissero fatti.
E poi: in Italia gira la voce che quando viene denunciato qualcosa che non va nei luoghi di lavoro è vero che le ispezioni vengono disposte ma molte volte avvisando, da parte di funzionari e dirigenti pubblici infedeli, i datori di lavoro interessati con congruo anticipo in modo che possano salvarsi.
Domandiamo alle Forze dell'Ordine e alla Magistratura: sono mai state fatte indagini e intercettazioni sulla reale consistenza di questo fenomeno? E se si trattasse di una pratica corrente, in quali reali condizioni di sicurezza opererebbero milioni di lavoratori italiani e stranieri?
Se questi sono i risultati dell'attività di vigilanza non sarebbe meglio che le relative funzioni venissero tolte a chi non le sa esercitare da decenni e, nell'ambito di una spending review, fossero affidate a soggetti più seri, ad esempio alle Forze dell'Ordine, direttamente? Chiudendo rami della Pubblica Amministrazione che da anni dimostrano di non servire a nulla (ovviamente salvaguardando il posto di lavoro solo per coloro che fino ad oggi vi hanno lavorato seriamente)?
E infine non sappiamo se chi di dovere in Italia riuscirà a perseguire gli eventuali responsabili nostri connazionali di questa sciagura ma se ciò avvenisse ci piacerebbe che venissero, per scontare la pena, affidati , per una volta, alle Autorità Cinesi......

AGL

martedì 3 dicembre 2013

REVISORI DI COOPERATIVE: IL MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO DECRETA LA FINE DELL'UNCI E DEL FONDO MUTUALISTICO PROMOCOOP

pubblicato sulla gazzetta ufficiale n.275 del 23 nov.2013

IL MINISTRO DELLO SVILUPPO ECONOMICO 

  Visto l'articolo 45, comma 1, della Costituzione; 
  Visto il decreto legislativo del Capo provvisorio  dello  Stato  14
dicembre 1947, n. 1577; 
  Visto il decreto del Ministro per il lavoro e la previdenza sociale
18 luglio 1975, pubblicato  per  estratto  nella  Gazzetta 

 Ufficiale
della Repubblica italiana n. 211 dell'8 agosto  1975,  con  il  quale
l'Unione  nazionale  cooperative   italiane   (U.N.C.I.)   e'   stata
riconosciuta   quale   associazione   nazionale   di   rappresentanza
assistenza e tutela del movimento cooperativo, ai  sensi  e  per  gli
effetti degli articoli  4  e  5  del  decreto  legislativo  del  Capo
provvisorio dello Stato n. 1577 del 1947,  e  ne  e'  stato  altresi'
approvato il relativo statuto; 
  Visti gli articoli 27 e 28 del decreto legislativo 30 luglio  1999,
n. 300 recante la riforma dell'organizzazione del  Governo,  a  norma
dell'articolo 11 della legge 15 marzo 1997, n. 59,  con  i  quali  si
attribuiscono al Ministero delle attivita' produttive le funzioni  ed
i compiti gia'  di  competenza  del  Ministero  del  lavoro  e  della
previdenza sociale in materia di cooperazione; 
  Visto il decreto-legge 18  maggio  2006,  n.  181,  convertito  con
modificazioni dalla legge 17 luglio 2006, n. 233, ed  in  particolare
l'articolo 1,  comma  12,  il  quale  dispone  che  la  denominazione
«Ministero dello sviluppo economico» sostituisce, ad ogni  effetto  e
ovunque  presente,  la  denominazione  «Ministero   delle   attivita'
produttive»  in  relazione  alle  funzioni  gia'  conferite  a   tale
Dicastero; 
  Visto l'articolo 1 del decreto del Presidente della  Repubblica  10
febbraio 2000, n. 361,  recante  norme  per  la  semplificazione  dei
procedimenti di riconoscimento di persone  giuridiche  private  e  di
approvazione delle modifiche dell'atto costitutivo e dello statuto; 
  Visto l'articolo 3 del decreto legislativo 2 agosto 2002, n. 220 ed
in particolare il comma 7, in  forza  del  quale  il  Ministro  delle
attivita'   produttive   puo'   revocare   il   riconoscimento   alle
Associazioni  nazionali  che  non  sono   in   grado   di   assolvere
efficacemente le proprie funzioni di vigilanza sugli enti cooperativi
associati; 
  Visto il decreto del Presidente della Repubblica 28 novembre  2008,
n. 197, recante il regolamento di organizzazione del Ministero  dello
sviluppo economico; 
  Vista la relazione del Direttore  Generale  per  le  piccole  medie
imprese e gli enti cooperativi, allegata alla nota prot. n. 121080 in
data 17 luglio 2013, con la quale  sono  state  segnalate  perduranti
problematiche   ed   inefficienze   nell'attivita'    di    vigilanza
dell'U.N.C.I. nei confronti delle cooperative  associate,  stante  il
persistere di una conflittualita' interna circa il soggetto  titolato
all'effettiva  rappresentanza  dell'associazione,  manifestata  dalla
nomina di rappresentanti legali eletti in adunanze separate,  indette
di  volta  in  volta  da  organi  oggetto   di   contestazione,   con
deliberazioni impugnate in sede giurisdizionale che hanno determinato
pronunce difformi e non definitive, rese in sede cautelare; 
  Vista la relazione dei Sindaci dell'U.N.C.I. i quali  nel  mese  di
dicembre 2010 avevano segnalato un perdurante  stato  di  immobilita'
dell'attivita' amministrativa dell'Associazione di rappresentanza,  a
seguito del conflitto insorto in seno ai relativi  organi  statutari,
il  quale  non  consentiva  un  andamento  ordinato  della   gestione
amministrativa e associativa, con  conseguente  mancata  approvazione
del bilancio consuntivo 2009 e del bilancio preventivo  2010  nonche'
delle quote associative per l'anno 2010, atti indispensabili  per  il
corretto svolgimento della vita associativa; 
  Viste  le  risultanze  dell'attivita'  di  vigilanza   svolta   dal
Ministero nei confronti  dell'Associazione  nell'anno  2011,  che  ha
confermato  irregolarita'  gestionali   consistenti   nella   mancata
approvazione di bilanci, nelle intervenute  modifiche  statutarie  in
contrasto con le indicazioni ministeriali, nelle  ricorrenti  carenze
nella redazione dei  verbali  di  revisione  da  parte  dei  revisori
incaricati dall'U.N.C.I.; 
  Viste  le  diffide  rivolte  all'U.N.C.I.  a   disporre   specifici
correttivi   nell'organizzazione   dell'attivita'   revisionale,   da
attuarsi  mediante  programmazione  e  realizzazione   di   attivita'
formativa e di aggiornamento dei revisori, in esito alle  quali  sono
pervenute   risposte   contrastanti   dai   diversi   soggetti    che
rivendicavano, contemporaneamente ed in conflitto  tra  di  loro,  la
titolarita'    della    qualita'     di     legale     rappresentante
dell'Associazione; 
  Preso atto della corrispondenza intercorsa  con  la  Prefettura  di
Roma  -  Ufficio  territoriale  del  Governo,  la  quale  attesta  il
perpetuarsi  della  situazione  di  forte  conflitto,   dovuto   alle
contrapposte richieste di iscrizione,  quale  rappresentante  legale,
nel registro  prefettizio  delle  persone  giuridiche,  da  parte  di
soggetti diversi, legittimati a seguito di successive  pronunce,  non
definitive e non univoche, rese dal  Tribunale  Civile  di  Roma.  In
particolare,  nel  solo  ultimo  anno  risulta  che  sulla  base   di
successive  assemblee  congressuali  e  di   distinti   provvedimenti
giudiziali la Prefettura di Roma  ha  proceduto  ad  iscrivere  quale
presidente legale rappresentante prima il Cav. Pasquale Amico, poi il
Sig. Cosimo Mignogna, successivamente il Cav. Pasquale  Amico  e,  da
ultimo, in data 29 settembre 2013, il Sig. Cosimo Mignogna; 
  Vista la nota del  Sindacato  FE.S.I.C.A.,  pervenuta  in  data  13
settembre 2012, con la quale si segnala  al  Ministero  l'assenza  di
certezze circa l'effettiva titolarita'  della  rappresentanza  legale
dell'U.N.C.I., ribadita con successiva nota  dello  stesso  Sindacato
del  15  marzo  2013,  con  la  quale  si  rinnova  la  richiesta  di
chiarimenti sul soggetto titolato a rappresentare  l'Associazione  in
giudizio,  nel  procedimento  di  opposizione  al  licenziamento   di
dipendenti in servizio presso la sede nazionale di U.N.C.I.; 
  Tenuto conto delle segnalazioni e richieste di chiarimenti  rivolte
al Ministero, provenienti da enti di natura pubblica e privata presso
i  quali  l'U.N.C.I.  ha  designato  propri   rappresentanti,   circa
l'effettivita'    della    carica    di     rappresentante     legale
dell'Associazione  medesima,  stanti  le  contrastanti   affermazioni
provenienti da soggetti che assumono di essere titolati; 
  Preso atto delle numerose pronunce  rese  dal  Tribunale  di  Roma,
dalle  quali  emerge  un  insanabile  conflitto  e  la  non   univoca
individuazione  del  rappresentante  legale   dell'U.N.C.I.   ed   in
particolare: 
  - ordinanza 27  aprile  2012,  la  quale  rinvia  alla  inevitabile
convocazione  dell'assemblea   degli   associati   l'adozione   delle
decisioni necessarie per risolvere le  problematiche  verificatesi  e
ripristinare un regolare sistema amministrativo; 
  - ordinanza  collegiale  19  giugno  2012  la  quale  riconosce  la
validita' della costituzione in giudizio dell'UNCI nella persona  del
rappresentante legale p.t. Pasquale Amico; 
  - ordinanza 27 luglio 2012,  giudice  dott.ssa  Buonocore,  con  la
quale e' stato ingiunto al prof. Paolo Galligioni di "immettere Amico
Pasquale,  quale  neo   nominato   presidente   dell'U.N.C.I.   nella
disponibilita' della documentazione e dei beni  di  pertinenza  della
predetta associazione e di consentire allo stesso il  libero  accesso
alla sede dell'Ente, per l'espletamento delle funzioni di pertinenza;
astenersi dal compimento di atti ed attivita' riservate, per legge  o
per statuto, al Presidente dell'U.N.C.I. o ad  altro  diverso  organo
dell'Associazione;  astenersi  dalla  spendita  della   qualita'   di
presidente dell'U.N.C.I. nei rapporti con gli associati ed i terzi"; 
  - ordinanza 16 novembre 2012, giudice dott. Scerrato, con la  quale
e'  stata  rigettata  l'istanza   di   sospensione   della   delibera
congressuale del 24  marzo  2012  che  ha  eletto  il  Cav.  Amico  a
Presidente  dell'U.N.C.I.,  confermata   con   successiva   ordinanza
collegiale del 6 febbraio 2013; 
  - ordinanza del 10 gennaio 2013, giudice dott.ssa Dell'Orfano,  che
ha dichiarato la piena regolarita' di tutti gli  atti  prodromici  al
congresso del 24 marzo 2012, riguardante l'elezione del Cav. Pasquale
Amico quale presidente e legale rappresentante dell'U.N.C.I.; 
  - sentenza n. 16217 dell'11 giugno  2013,  depositata  in  data  22
luglio 2013, con la quale il Tribunale di Roma - III Sezione  Civile,
ha accertato che lo statuto dell'U.N.C.I. da applicare e' quello  del
2000, dichiarando  altresi'  nulla  la  deliberazione  del  Consiglio
Generale U.N.C.I. del  23  giugno  2010  con  cui  venne  fissata  la
convocazione del Congresso nazionale straordinario  dell'Associazione
ed approvato il relativo  regolamento  congressuale.  Sulla  base  di
detto provvedimento giudiziale e del congresso straordinario  del  15
luglio 2013, la Prefettura di Roma ha  provveduto  ad  iscrivere  nel
registro delle persone giuridiche il  signor  Mignogna  Cosimo  quale
presidente e legale rappresentante dell'U.N.C.I.; 
  - ordinanza del Tribunale Civile  di  Roma,  Sezione  III,  giudice
dott.ssa Libri, del 29 luglio 2013 con  la  quale  e'  stata  in  via
preliminare rilevata l'infondatezza della  eccezione  di  difetto  di
legittimazione passiva dell'U.N.C.I., rappresentata dal  Cav.  Amico,
sul presupposto della spettanza a costui della carica  di  presidente
dell'U.N.C.I., a seguito dell'elezione del 24 marzo 2012; 
  Vista la comunicazione dell'avvio del procedimento di revoca di cui
alla nota prot. n. 145274 in data 6 settembre 2013; 
  Valutate  le  argomentazioni   formulate   mediante   deposito   di
documentazione prodotta nel corso  della  accordata  audizione  delle
parti controinteressate svoltasi in data 18 settembre 2013; 
  Vista la successiva nota prot. n. 161545 in data 3 ottobre 2013 con
la quale l'Amministrazione ha comunicato la  sospensione  per  trenta
giorni, ai sensi dell'articolo 2, comma 7, della legge 7 agosto 1990,
n. 241 del termine finale del procedimento di revoca; 
  Preso atto altresi' che, successivamente alla comunicazione  del  3
ottobre  2013,  inerente  la  sospensione  del  termine  finale   del
procedimento di revoca, in data  18  ottobre  2013  veniva  richiesto
all'U.N.C.I.  un  aggiornamento  di  notizie  circa  l'attivita'   di
vigilanza svolta; 
  Preso  atto  che  nel  corso  del  procedimento  di  verifica   dei
presupposti per la revoca,  il  Cav.  Amico  ha  ribadito  l'avvenuta
assegnazione di 3.403 incarichi di  revisione  cooperativa  nell'anno
2013, con la conclusione di solo 296 di essi, ed il Sig. Mignogna  ha
dichiarato di aver autonomamente disposto  l'effettuazione  di  circa
1.500  revisioni  cooperative  dietro   segnalazione   degli   uffici
regionali dell'Associazione, restando dunque  acclarata  l'incertezza
sulla  individuazione  della  carica  di  presidente  e  di  soggetto
legittimato all'attribuzione degli incarichi di revisione; 
  Ritenuto che la  predetta  incertezza  sulla  individuazione  della
carica di presidente e di soggetto legittimato all'attribuzione degli
incarichi di revisione incide sul corretto svolgimento dell'attivita'
revisionale con possibili ripercussioni sugli esiti della stessa; 
  Valutate le dichiarazioni e le osservazioni che le due parti  hanno
reso negli incontri  tenuti  presso  la  Direzione  generale  per  le
piccole e medie imprese e gli enti cooperativi, attraverso  le  quali
e' stata ribadita  da  un  lato  l'impossibilita'  di  una  soluzione
stragiudiziale del perdurante conflitto, dall'altra la riproposizione
dello sdoppiamento delle strutture sociali ed  amministrative,  fatti
questi che rappresentano un evidente ostacolo alla corretta e  serena
gestione del rapporto associativo e revisionale  con  le  cooperative
aderenti; 
  Considerato che tale perdurante incertezza nella titolarita'  della
"governance"  associativa  ostacola  l'efficace   svolgimento   della
attivita' revisionale nei confronti degli enti cooperativi  associati
e le relazioni con i soggetti istituzionali che  hanno  rapporti  con
l'U.N.C.I.; 
  Preso atto che a causa della  conflittualita'  interna  sono  state
fissate due distinte sedi sociali, ubicate  in  luoghi  diversi,  con
conseguente indeterminatezza ai fini delle comunicazioni, notifiche e
rapporti istituzionali; 
  Considerato che la revoca del  riconoscimento  costituisce  l'unico
provvedimento previsto dalla legge come  adottabile  da  parte  della
Amministrazione,  in  presenza   di   presupposti   incidenti   sullo
svolgimento corretto ed efficiente della  attivita'  revisionale  nei
confronti delle societa' cooperative aderenti; 
  Ritenuto che sussistono i presupposti di fatto  e  di  diritto  per
l'adozione,  ai  sensi  dell'articolo  3,  comma   7,   del   decreto
legislativo 2 agosto 2002 n. 220, del  provvedimento  di  revoca  del
riconoscimento dell'associazione U.N.C.I.,  atteso  che  la  medesima
Associazione  non  risulta  essere  piu'  in   grado   di   assolvere
efficacemente alle  funzioni  di  vigilanza  sugli  enti  cooperativi
associati, ad essa demandate; 
  Considerato che  il  suddetto  riconoscimento  e'  intervenuto  con
decreto ministeriale 18 luglio 1975, adottato  ai  sensi  e  per  gli
effetti degli articoli  4  e  5  del  decreto  legislativo  del  Capo
provvisorio dello Stato 14 dicembre 1947, n. 1577,  rilevando  dunque
sia ai fini della legittimazione allo svolgimento  dell'attivita'  di
vigilanza sia ai fini dell'acquisto della personalita' giuridica; 
  Considerate le sopravvenute modifiche  normative  (articolo  1  del
decreto del Presidente della Repubblica 10  febbraio  2000,  n.  361,
recante  norme   per   la   semplificazione   dei   procedimenti   di
riconoscimento di persone giuridiche private e di approvazione  delle
modifiche dell'atto costitutivo e dello  statuto  e  articolo  3  del
decreto legislativo 2 agosto 2002, n. 220) le quali circoscrivono  il
riconoscimento da parte di questo Ministero alla sola  legittimazione
allo svolgimento dell'attivita' di vigilanza; 
  Considerato che il presente provvedimento di revoca incide su di un
riconoscimento, avvenuto in epoca antecedente alle suddette modifiche
normative, che  ha  rivestito  la  duplice  inscindibile  valenza  di
legittimazione allo svolgimento  dell'attivita'  di  vigilanza  e  di
acquisto della personalita' giuridica, e dunque deve valere per  ogni
effetto conseguente allo stesso riconoscimento; 
  Visto l'articolo 11, comma 1, della legge 31 gennaio 1992,  n.  59,
il quale prevede che le  associazioni  nazionali  di  rappresentanza,
assistenza e tutela del movimento cooperativo, riconosciute ai  sensi
dell'articolo 5 del citato decreto legislativo del  Capo  provvisorio
dello Stato 14 dicembre 1947, n. 1577, e successive modificazioni,  e
quelle riconosciute in base a leggi  emanate  da  regioni  a  statuto
speciale possono costituire fondi mutualistici per la promozione e lo
sviluppo della cooperazione, i quali  possono  essere  gestiti  senza
scopo di lucro da societa'  per  azioni  o  da  associazioni  e  sono
alimentati ed incrementati ai sensi dei commi  4  e  5  del  medesimo
articolo 11; 
  Considerato che l'U.N.C.I.  ha  costituito  un  fondo  mutualistico
gestito da Fondo per la promozione e lo sviluppo della cooperazione -
Promocoop S.p.A.; 
  Ritenuto di dover disporre circa gli  aspetti  conseguenziali  alla
revoca del riconoscimento dell'U.N.C.I.; 

                               Decreta 

                               Art. 1 

  1. Ai sensi dell'articolo 3, comma 7,  del  decreto  legislativo  2
agosto 2002, n. 220, e' revocato ad ogni  effetto  il  riconoscimento
dell'Unione  nazionale   cooperative   italiane   (U.N.C.I.),   quale
associazione nazionale  di  rappresentanza  e  tutela  del  movimento
cooperativo, di cui al  decreto  del  Ministro  del  lavoro  e  della
previdenza sociale 18 luglio 1975, adottato ai sensi degli articoli 4
e 5 del decreto legislativo  del  Capo  provvisorio  dello  Stato  14
dicembre 1947, n. 1577. 

                               Art. 2 

  1. A far data dalla pubblicazione del presente decreto,  l'U.N.C.I.
non  e'  piu'  legittimato  a  ricevere  alcun  versamento   di   cui
all'articolo 8 del decreto legislativo  del  Capo  provvisorio  dello
Stato n. 1577 del  1947,  a  titolo  di  contributo  per  l'attivita'
revisionale da parte delle cooperative  e  degli  enti  mutualistici,
quali individuati ai sensi dell'articolo 1 del decreto legislativo n.
220 del 2002. 
  2.  A  far  data  dalla  suddetta  pubblicazione,  all'associazione
U.N.C.I. e' fatto  divieto  di  accettare  versamenti  relativi  alle
fattispecie di cui al comma 1, pena le responsabilita'  configurabili
alla stregua della normativa vigente. 
  3.  Con  successivo  provvedimento  saranno  stabiliti  criteri   e
modalita'  per  la  definizione  dei  rapporti  pendenti  e  per   la
individuazione delle risorse  residue,  acquisite  per  le  attivita'
revisionali, da versare al Bilancio entrata dello Stato, Capo  XVIII,
Capitolo 3592. 

Art. 3 

  1. A far data dalla pubblicazione del presente  decreto,  cessa  la
legittimazione della societa' Fondo per la promozione e  lo  sviluppo
della  cooperazione  -  Promocoop  S.p.A.,  che  gestisce  il   fondo
mutualistico costituito dall'U.N.C.I. ai sensi dell'articolo 11 della
legge 31 gennaio 1992, n. 59, ad accettare versamenti  e  devoluzioni
di cui al medesimo  articolo  11,  commi  4  e  5,  rivenienti  dalle
societa' cooperative e dagli enti mutualistici quali  individuati  ai
sensi dell'articolo 1 del decreto legislativo n. 220 del 2002. 
  2. A far data dalla suddetta pubblicazione, alla societa' Fondo per
la promozione e lo sviluppo della cooperazione - Promocoop S.p.A.  e'
fatto divieto di accettare versamenti  e  devoluzioni  relativi  alle
fattispecie di cui al comma 1, pena le responsabilita'  configurabili
alla stregua della normativa vigente. 
  3.  Con  successivo  provvedimento  saranno  stabiliti  criteri   e
modalita'  per  la  definizione  dei  rapporti  pendenti  e  per   la
individuazione delle risorse residue, acquisite per le  finalita'  di
cui al citato articolo 11,  da  versare  al  Bilancio  entrata  dello
Stato, Capo XVIII, Capitolo 3592. 
  Il presente decreto sara' pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della
Repubblica italiana. 
  Avverso il presente provvedimento  e'  ammesso,  entro  60  giorni,
ricorso giurisdizionale dinanzi al Tribunale amministrativo regionale
per il Lazio ovvero,  entro  120  giorni,  ricorso  straordinario  al
Presidente della Repubblica ai sensi del decreto del Presidente della
Repubblica n. 1199 del 1971. 
    Roma, 22 novembre 2013 

                                                Il Ministro: Zanonato

giovedì 28 novembre 2013

ALAPMI-AGL (Lavoratori Artigianato e PMI) : PER LE PICCOLE IMPRESE MENO TASSE E BUROCRAZIA MA ANCHE DIRITTI, SOLDI E PARI DIGNITA' PER I LAVORATORI. SOLO COSI' POTRANNO VERAMENTE SOPRAVVIVERE

(immagine da: www.pixabay.com)


Da www.ansa.it : “””””””””

'Pagati non per lavorare, ma per scioperare'

'Troppe tasse, vorrei assumere ma non ci riesco'

27 novembre, 17:25

SANTA MARGHERITA LIGURE (GENOVA) - Pagati non per lavorare ma per scioperare. Succede a Santa Margherita Ligure dove un impresario edile, Fabrizio Martin, ha assicurato lo stipendio della giornata ai suoi dipendenti che si è portato in piazza per protestare.
Martin è l'esponente locale di Icr (Imprese che resistono), giovane associazione di commercianti, artigiani, piccole imprese e partite Iva chiamati a raccolta oggi per una serrata nazionale di quattro ore contro le tasse troppo alte. "Vorrei assumere un dipendente in più - rivela Martin - ma non ci riesco. A me un lavoratore costa 3.800 euro al mese, in tasca al dipendente vanno 1.500 euro; 1.700 sono di tasse e 500 di cassa edile. Non è possibile andare avanti così". Aggiunge: "Vorrei una legge che mi dicesse: assumi a un costo più basso e poi se io, Stato, in cantiere trovo un lavoratore in nero tu chiudi. Oggi invece chi vuole fare le cose in regola non ce la fa. E prolifera il lavoro nero, tanto l'imprenditore al massimo prende 2.000 euro di multa e finita lì". Nel Tigullio circa 250 attività hanno aderito alla serrata.”””””””””

COMMENTO ALAPMI-AGL Lavoratori Artigianato e Piccole e Medie Imprese:

L'AGL guarda con interesse a queste nuove associazioni (ICR. CONFAPRI, ecc.) che danno voce alle imprese che stanno per morire nel nostro Paese. Condividiamo molte delle loro proposte e non escludiamo futuri contatti, confronti e iniziative comuni. Come ALLEA (lavoratori edilizia) http://allea-agl.blogspot.it da tempo ci siamo scagliati contro l'obbligo di adesione alla Cassa Edile (partita con le migliori intenzioni ma oggi, di fatto, l'ennesimo regalo della burocrazia ministeriale a carrozzoni di emanazione sindacale) e come ALP (lavoratori pubblici) http://alp-agl.blogspot.it abbiamo fatto molto di più, attraverso precise proposte , per dire chiaramente che è ingiusto che il lavoro dipendente venga tassato in quella maniera e in quelle dimensioni, suggerendo ai lavoratori del settore come rendersi protagonisti del cambiamento, riscattandosi una volta per tutte dall'immagine con cui vengono dipinti. Aggiungiamo pure un ulteriore costo, quello della piccola corruzione a beneficio di funzionari pubblici infedeli, che molte PMI sono costrette a subire. Una cosa però la vorremmo dire: così come queste nuove esperienze associative stanno mettendo l'accento su argomenti trascurati dal grande associazionismo imprenditoriale e dalle grandi imprese, dicendo cose sacrosante, dimostrino di essere innovativi anche su un altro piano , non meno importante: la necessità che si volti pagina in merito al comportamento recente, di ogni tipo di impresa o datore di lavoro, nei confronti dei diritti di ogni lavoratore. Se è vero infatti che imprenditore e lavoratore nelle micro, piccole e medie imprese sono molte volte solidali perchè vivono gomito a gomito , altrettanto frequentemente accade che questi ambiti lavorativi si trasformino in inferno per tante persone che spesso, anche sindacalmente, restano sole, senza tutele e garanzie, vittime di leggi ingiuste là dove limitano le prerogative sindacali per le aziende sotto i 15 dipendenti. Un lavoro sicuro e dignitoso non è un lusso ma è condizione affinchè qualsiasi impresa possa sopravvivere ed essere competitiva valorizzando il fattore più prezioso. Non si chieda quindi ai lavoratori, seppure anch'essi afflitti dalla crisi di rappresentanza delle loro vecchie organizzazioni sindacali, in nome della lotta per la sopravvivenza, di contribuire a costruire nuove ingiustizie né a rinunciare a far valere , tramite un sano conflitto sociale, irrinunciabile nelle democrazie e nelle economie libere, le loro legittime e più moderne istanze
Per saperne , comunque, di più:
SITO CONFAPRI http://www.confapri.it/

ALAPMI-AGL Alleanza Lavoratori Artigianato e Piccole e Medie Imprese aderente alla AGL